Savina Kapecci
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The Alchemists' Garden

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THE ALCHEMISTS’ GARDEN, olio e acrilico su tela, 120x100 cm, 2020


Il Giardino delle Alchimiste ha come perno il fiorire di infinite corolle sul tessuto di un abito, il cui sinuoso brulichio si ribalta a tratti in un fitto reticolo geometrico. Sembrano quasi due vestiti diversi, come due e differenti appaiono le donne che quell’abito avvolge. Ma in un contesto alchemico, votato alla trasformazione, il dato concreto sfugge sempre alla normalità: l’anatomia delle ragazze – come i volumi degli sgabelli/sedie che le circondano – rimane ambigua e tra i fiori ce ne sono alcuni, tripetali, che osservati da vicino rivelano l’anima radioattiva di un segnale di pericolo.

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THE NOISY SILENCE OF THE UNTOLD, 2020, Olio e acrilico su tela, 80x120 cm)


Due busti di manichino, un uomo e una donna, sembrano abbozzare una conversazione. Le braccia si atteggiano, i polsi si flettono, ma i due attori acefali nulla riescono a dire. La loro assenza di dialogo viene enfatizzata dal taglio fotografico dall’alto, con i piedistalli che segnano i limiti di un’immobilità da pedina, fuori da ogni reale comunicazione. E il fondo oro non è quello su tavola di una medievale profondità dello spirito; lo creano le diagonali di un pavimento, sul quale le forme rimangono al contempo fisse e sospese

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WHAT IF WE WERE THE OCEAN AND NOT THE WAVES? Olio e acrilico su tela, 80x120 cm, 2020.)


Su una sorta di isola sospesa nel buio, figure femminili sono distese nella luce; una ha le gambe penzoloni nel vuoto, tutte vivono un’attesa separata. Attesa di cosa? Al centro dell’atollo un prato parla di vita, al pari delle girandole che – come fiori su altissimi steli – costruiscono tutt’intorno un cielo alternativo e sono forse la promessa, a cui una ragazza si appiglia, di un’aria nuova da respirare insieme

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IMPERFECT LIKE PURE AMBER, 2017, Olio su tela, 140x85 cm)


L’immagine rappresenta un doppio: due donne che si sfiorano la mano con un velo di eros, o la stessa donna che cela dentro di sé un conflitto di identità? Come in un pezzo d’ambra, a cui le impurità conferiscono maggiore valore, i concetti di perfezione e di purezza assumono contorni ambigui, e forse non bastano più a definire un orizzonte di vita.

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TOTAL SALE (SVENDITA TOTALE), 2019, Olio e acrilico su tela, 85x150 cm


Cinque manichini sono rimasti sul "palco", in vetrina, dopo che l’ultimo spettacolo è andato in scena. Quattro paia di gambe rimangono fissate nella posa di una sfilata ormai inutile: anche se i colori, saturi, sembrano ancora impregnati della luce dei riflettori, il pubblico pagante non c’è più; la collezione è "sold out" e sui loro piedistalli d’ambra – preziosa nella sua trasparente impurità – le crisalidi di uomini e donne si avviano a divenire, nell’ottica di una “svendita totale”, l’estremo oggetto commerciabile. È solo l’immagine di un corpo a essere svenduta? O l’arte stessa si ritrova a stringere compromessi con la società di cui è espressione? Forse lo sa l’unico manichino a figura intera, che con un disincanto profondamente umano indirizza lo sguardo verso un fuori campo che possiamo solo immaginare.

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TOTAL ECLIPSE OF THE MIND, 2019, Acrilico su tela, 135x80x5,5 cm


Sento il peso / di un controllo / appeso al collo… Cantava così il musicista Samuele Bersani nel 2002, all’inizio ancora indistinto di una nuova epoca. È proprio il medaglione con cui identificare una nuova gioventù, il pesante gong di un’era imprevista, quello che si mostra sullo sfondo? O semplicemente il cuore poroso di un girasole che perpetua antichi ritmi di rinascita? A inquietare è la fissità delle presenze umane: due ragazze che sembrano in attesa di un elettronico tweet, più che del fisico arrivo di qualcuno. Come recitava un’altra canzone – ma degli anni ottanta –, abitata nel video da ragazzi con occhi vuoti e fosforescenti …: Total eclipse of the heart

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THE SOLDIER IN WHITE SHOES, 2018, Acrilico su tela, 80x120 cm


L’opera “The soldier in White shoes” nasce dall’immagine di un soldato maltese, ritratto a La Valletta. L’uomo ci volge le spalle e pare indifferente a quanto lo circonda: un geometrico cumulo di palle di cannone, ma forse – difficile non pensarlo – pure l’eco delle drammatiche vicende migratorie che si consumano nelle acque intorno all’isola. Il soldato indossa un paio di scarpe bianche, immacolate; sono l’ulteriore segnale di una sua volontà di mantenersi al di fuori della fangosa problematicità dell’esistenza? Oppure, alternative agli anfibi militari d’ordinanza, segnano una differenza in positivo, la promessa di passi futuri in direzione di leggerezza e libertà?

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WAITING FOR, 2017, olio su tela, 25x100 cm


Il tempo dell’attesa si scompone in più fotogrammi; la ragazza sembra trovare un appoggio nel lungo viaggio blu che scorre progressivamente alle sue spalle, ma per gli occhi non è ancora il momento di spaziare verso l’orizzonte di un futuro tutto da costruire. Per ora, a testa china, si rimane all’ombra di un cappuccio, con il salvagente che sta a sancire una situazione di sofferta sopravvivenza, mentre il grembo si gonfia di una promessa concreta.

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THE PRO-MISSED LAND, 2017, olio e acrilico su tela, 100x130 cm


In altri dipinti osserviamo la metamorfosi dall’alto, e questo ci può far sentire vagamente al sicuro, estranei alla sorte del personaggio. Non funziona così con il convulso tramestio di corpi coinvolti nella fuga o ricerca di una terra che il titolo Promissed land – con l’ambiguità delle parole – tiene in bilico fra le dimensioni della speranza e dell’abbandono; quel disorientamento siamo costretti a condividerlo, guardando dal basso le macchie arancio che costruiscono le figure. Giubbini di salvataggio? Siamo su una barca alla deriva? Mentre ce lo chiediamo, pare di sentir salire, col gorgoglio dell’acqua di sentina, una voce profonda che canta: “Non regalate terre promesse a chi non le mantiene”.